Pommefritz Crew 2.0

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Testo Introduttivo

Alla fine degli anni ’50 la Pianura Padana fu interessata da un progressivo aumento degli insediamenti produttivi ed abitativi, che portarono alla creazione di estese e sempre più numerose aree cementate. Per le città, l’accentuarsi del fenomeno determinò la fine del "modello militare", che per molte di esse è stato origine, avamposto della "civiltà", linea di demarcazione tra città e campagna. La città moderna è accompagnata dall’abbandono della campagna e dalla crescita lineare e non reversibile della popolazione urbana. Il sistema delle cascine insieme alla struttura della proprietà rurale e delle strade campestri ha comunque condizionato il processo di urbanizzazione della città e il suo disegno topografico: basti pensare ai quartieri che ancora oggi conservano nel nome le parole cascina o isola, spesso l’uno usato come sinonimo dell'altro. Ad esempio, nel milanese, troviamo Isola Garibaldi, l’Isola e Cascina Gobba.

L'abbandono della campagna e' la caratteristica più evidente della realtà agricola italiana di oggi, i contadini hanno lasciato il lavoro dei campi con la speranza di trovare altrove occupazione più sicure e redditizie. Il coltivatore medio piccolo è praticamente scomparso e le multinazionali dell'alimentazione tendono a imporre ovunque i propri metodi di coltivazione, che da un lato gettano fuori dal mercato gli agricoltori indipendenti, dall'altro tendono a uniformare le colture, sovrapponendosi alle tradizioni del luogo. Gli effetti sulla cura del territorio sono impressionanti. Dove la campagna era punteggiata da casolari, cascine, chiesette, oggi si mostrano ruderi a volte diroccati e preda di vegetazione infestante, edifici che negli ultimi lustri stanno diventando terra di nessuno. Sotto il profilo culturale, si percepisce un distacco ormai netto. La campagna è conosciuta prevalentemente come il film che scorre fuori dai finestrini dell'auto in corsa nei trasferimenti da una città all'altra. Sotto il profilo fisico, la perdita del patrimonio è ingente.

Ma ciò che disturba più di ogni altra cosa è l'abbandono in cui versano quasi tutte queste testimonianze; abbandono di fatto, per incuria del tempo e dell'uomo, e abbandono di tendenza, perché il lavoro a cui erano legate queste tracce ora non esiste più. Siamo alle soglie del ricordo, presto non avremo più neppure quello! Il passo successivo muove, invece, dal sentimento di meraviglia che ancora evocano questi edifici: marmi, camini, ferro battuto e suppellettili sono solo alcuni dei gioielli in cui spesso capita di imbattersi esplorando le tante cascine sparse per il territorio della provincia di Mantova.

Armati di macchina fotografica, abbiamo esplorato questi luoghi abbandonati: vecchi muri, attrezzi logorati dal tempo, infissi pericolanti e pavimenti insicuri. I resti dell’antica vita contadina evocano dubbi e pensieri. Nessuno ricorda più chi abitava in questo posto, nessuno si interessa del loro stato di conservazione. In questa prospettiva le cascine abbandonate non rappresentano solo il simbolo del degrado del territorio, ma diventano anche una viva testimonianza di un passato ricco di storia che oggi non interessa più a nessuno. Le cascine sono vere e proprie isole del passato. Un tempo il termine indicava un edificio isolato, localizzato nel territorio rurale con funzioni abitative e di svolgimento delle attività agricole legate alla coltivazione della terra, all’allevamento del bestiame, alla lavorazione e conservazione dei prodotti agricoli. Le cascine erano delle «piccole isole» autosufficienti, collocate tra le nebbie della Pianura Padana. Oggi rappresentano un ricordo del nostro passato, cancellato dalle ruspe e schiacciato dalla cementificazione, che sopravvive in alcuni luoghi ormai avulsi dal contesto. Sono ancora delle «piccole isole» senza comunicazione alcuna, a cui attraccare per sentirsi catapultati nel passato…

Il celebre romanzo di Cesare Pavese “La luna e i falò” ha stimolato la produzione di queste fotografie. Nel libro, pubblicato per la prima volta nel 1950, il protagonista torna dall’America nel paese in cui è nato e scopre che tutto è cambiato, che le persone che lui amava sono morte, le cascine abbandonate oppure abitate da estranei e che solo il paesaggio è rimasto insensibile al passare del tempo. Si rende però conto che anche se molte cose sono cambiate, le persone sono sempre uguali, sempre rozze e miserabili.

Intro Text

Towards the end of the 50's the Po Valley saw a progressive increase in production facilities which brought to the creation of more and broad industrial and handicraft areas. As the phenomenon grew, for many towns it caused the end of the "military model" that, for many of them, signed the origins, outpost of "civilization", demarcation lines between town and country. The modern town is accompanied by abandonment of the country and by a continuous and irreversible growth of the urban population.

The abandonment of the country is the most evident characteristic of nowadays Italian rural situation, farmers have left their fields hoping to find elsewhere safer and more profitable jobs. Medium small-scale farmers have really disappeared and food multinational industries aim to impose their farming methods, which on one hand throw independent farmers out of the market and on the other aim at making cultivation uniform and superimposing on local traditions. The effects on local land care are striking. Where country land was flecked with cottages, farmsteads, little churches, today are ruins, that sometimes are covered with infesting weeds, buildings that in the last years are increasingly becoming no-man's-land. By this time, from a cultural point of view this means a clear gap. The countryside is generally known as the movie that runs out of car windows during fast journeys from one city to another. From the physical point of view the loss of heritage is enormous.

But what is more disturbing is the neglect that affects all these testimonies; real neglect caused by time and man negligence and neglect for tendency because the jobs to which these traces were linked do not exist any more. We are on the threshold of memory, soon we won't have it any more, either! On the contrary, the next step moves from the wonder that these buildings still evoke: marble, fires, wrought iron and furnishings are only some of the treasures that are easy to encounter exploring the many farmsteads spread through the territory where I live, the province of Mantua.

Armed with our cameras, We wanted to explore one of this abandoned places: old walls, tools worn by passing of time, tumbledown window and door frames and unsafe floors. The ruins of old country life evoke doubts and thoughts. Nobody remembers who lived in this place any more, nobody minds its state. From this point of view, abandoned farmsteads not only are the symbol of the land and territory decay, but they also become a living testimony of a past which is rich in history and which today nobody is interested into any more.

The famous novel "The moon and the bonfires" (orig. title "La luna e i falò") by Cesare Pavese has inspired these photographs. In this book, which was published for the first time in 1950, the main character comes back from the United States to his native little country where he finds that everything has changed, that people whom he loved have all died, farmsteads are abandoned or strangers live in there and that only landscape has remained insensitive to the passing of time. But he also realizes that even if many things have changed, people are always the same, always rude and mean.

Poesia di Marco Zibordi

Ringraziamo l'amico, nonchè poeta e menestrello mantovano, Marco Zibordi, che ci ha concesso l'utilizzo di una sua poesia per il progetto "Isole della memoria".

Non avremmo voluto...

Non avremmo voluto
lasciare il villaggio,
ma le quieti notti
della nuova stagione,
portavano profumi e promesse
da terre lontane e i fuochi,
alle radici del buio,
danzavano magicamente
al suono dei tamburi.
Non avremmo voluto
lasciare il villaggio,
ma i nostri occhi brillavano,
i suoni stordivano,
e i profumi, oh lo sa Dio,
se i profumi non erano inebrianti.
Non avremmo voluto
lasciare il villaggio,
ma noi sapevamo,
che quella era la nostra strada
e che il futuro era la,
oltre l’orizzonte.
Non volevamo
lasciare il villaggio,
ma il tempo incalzava
inesorabile alle nostre spalle.
Avevamo appena iniziato
il nostro cammino,
che le pietre del nostro villaggio
iniziarono a morire.

Avresum mia vuli...

Avresum mia vulì
lasar li nòstri casi,
ma li nòt chieti
dla stagiun noeva,
li purtava prufum e prumesi
da tèri luntani e i foech,
a li rais dal scur,
i balava cume par magia
al piciar di tanbur.
Avresum mia vulì
lasar li nòstri casi,
ma i nòstar òc i sluseva,
i rumur i sturdeva,
e i prufum, oh al la sa al Signur,
se i prufum i ‘nbariagava mia.
Avresum mia vulì
lasar li nòstri casi,
ma nuantar saveum,
che quela l’era la nòstra strada,
e che al dman l’era là,
dadlà dal fil tra cel e tèra.
Avresum mia vulì
lasar li nòstri casi,
ma al tenp al cureva
sensa respir dadre a li spali.
Eum apena cumincià
al nòstar vias,
che li predi dli nòstri casi,
li cuminciava a murir.